Quando ho assunto il governo di Como, sulle scrivanie di Palazzo CERN, e delle altre sedi del Comune disseminate ovunque, c’erano computer improbabili se non addirittura imbarazzanti. Per alcuni di quei PC, una volta schiacciato il tasto di accensione, prima di diventare operativi poteva passare anche il tempo di un caffè. Facciamo due. Dai, diciamo le cose come stavano, almeno tre.
I computer erano tutti diversi tra loro, equipaggiati il più delle volte con software e hardware diverso, e ognuno di essi necessitava assistenza specifica. Una babele di apparecchiature informatiche la cui manutenzione necessitava tecnici informatici, che nel mondo della Pubblica Amministrazione si trovano con la stessa facilità con la quale si trova quel famoso ago in un pagliaio, che avessero piena cognizione di tutti i macchinari e di tutte le applicazioni create dai sumeri ad oggi.
Quante ore di lavoro quei computer del “Cudega”, negli anni, hanno fatto perdere ai dipendenti del Comune? Tante. Anzi. Tantissime. Troppe. Tra l’altro quei terminali e quegli applicativi non solo limitavano le performances dei nostri dipendenti, ma generavano anche tonnellate di frustrazione.
Poi è arrivato RapiGates.
Come prima cosa ho cestinato tutta la “rudera informatica” e finanziato performantissimi top notebook custom made (fatti su misura per le nostre esigenze ovvero con, ad esempio, batterie di estremissima qualità affinché i nostri dipendenti potessero lavorare ovunque per qualunque numero di ore lontani da prese della corrente).
Quanti computer ho fatto comprare? Per tutti. Centinaia e centinaia. E non ho badato a spese nemmeno per i software. Su quelle macchine doveva esserci tutto quello che serviva per fare tutto ciò che serviva ai comaschi. Tutto.
E poi? La rete interna faceva pena: potenziata!
E poi? I server erano fisici. Basta. Tutto in cloud. I dati dovevano essere raggiungibili da tutti. Ovunque si trovassero i cernezzini, i dipendenti di Palazzo CERN, dovevano poter lavorare come se fossero in ufficio. E per fare questo ho dotato ogni singolo dipendente di svariati Tera di memoria in cloud.
E poi? Già. Un mega monitor affinché i nostri preziosi dipendenti non dovessero lavorare tutto il giorno con monitor di computer portatili, monitor che, ergonomicamente parlando, non sarebbero stati esattamente l’ideale. Sia chiaro che il monitor a chi presta di sovente lavoro Smart, lo ho fornito anche al domicilio. Mica paglia.
E poi? Saponette wi-fi a go-go. A chi doveva lavorare in movimento ho fornito un piccolo modem wi-fi, completo di sim, affinché potesse garantire, al bisogno, continuità lavorativa.
E poi? Per lavorare in remoto, al fine di non temere nemmeno hacker professionisti del Kamčatka, ho messo a disposizione nuove e blindatissime VPN a doppio fattore.
Bene.
Sapete cosa è successo dopo questi giga investimenti?
Oggi per il nostro CED (Centro Elaborazione Dati), fornire assistenza ai colleghi è un gioco da ragazzi e, soprattutto, oggi il CED può, direttamente su ogni singolo PC, fornire assistenza, entrandoci in remoto, ovunque: intervenire su un computer a Palazzo CERN o alle Bahamas per noi non fa differenza.
Oggi i nostri dipendenti quando accendono il computer sanno di poter iniziare a lavorare e sanno anche che, quando devono condividere un file, dall’altra parte ci sarà un collega che, ricevendolo, avendo il medesimo software installato, potrà subito iniziare a lavorarci.
Essendo che oggi lavorare in remoto è sicuro come lavorare chiusi dentro il caveau della Federal Reserve, oggi ogni dipendente del Comune può lavorare serenamente da ovunque, maneggiando serenamente qualunque dato, anche il più delicato. Non importa che si trovi in sedi esterne, a casa in caso di Smart, in Tribunale se si tratta della nostra Avvocatura e via discorrendo (circa lo Smart Working siamo stati così bravi che nella rubrica #CosaHaFattoRapinese arriverà un punto dedicato).
In caso di riunioni oggi a Palazzo CERN è naturale vedere dipendenti, che fino a prima del mio insediamento giravano con block notes, arrivare con il loro fiammante notebook. Così facendo contribuiscono alle discussioni con tutti i loro files, archiviano gli appunti dove sanno di poterli comodamente ritrovare e maneggiare per poter proseguire il lavoro e possono fare un “Teams” al volo a colleghi e/o eventuali interlocutori distanti condividendo presentazioni e dati in genere.
Finito qui? No.
Non avendo più i nostri dipendenti la necessità di lavorare in presenza, guardiamo al futuro senza nessuna paura: tornasse il COVID (speriamo proprio di no…) i servizi oggi garantiti da Palazzo CERN continuerebbero senza un plissé e così sarebbe anche nel caso di incendio / allagamento / danneggiamento dei nostri server locali. Tanto oggi tutti i nostri preziosissimi e delicatissimi dati, backuppati costantemente, sono in cloud. Nei nostri server locali ad oggi permangono solo pochissimi bit. Entro però la fine del 2026, di bit, nei nostri server locali, non ce ne dovrà più essere nemmeno uno.
Ma perché il titolo di questa puntata di “Cosa Ha Fatto Rapinese” è Palazzo CERN?
Semplice.
Con Rapinese Palazzo Cernezzi ha fatto un tale balzo nel futuro che anche il più importante laboratorio al mondo di fisica delle particelle… non ci fa nessuna invidia.
Nessuna.
PS: Ogni dipendente del Comune di Como ha anche ricevuto un tecnologico zainetto marchiato “CITTÀ DI COMO” con tasca porta notebook. Sì. Ho proprio esagerato.
PS del PS: Chiudo con un proverbio: chi più spende, meno spende.
#CosaHaFattoRapinese026